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martedì 18 settembre 2012

smart forstars


La nuova smart forstars è la nuova coupé che grazie al motore magnetoelettrico da 60 kW ereditato dalla nuova smart BRABUS electric drive, riesce a distinguersi per originalità ed agilità a zero emissioni.
La compatta smart forstars (lunghezza/larghezza/altezza: 3550/1710/1505 mm) è espressione di un nuovo concetto di mobilità con ampi spazi per due persone ed un capiente vano di carico dietro al portellone in vetro, ma anche di un di comunicazione, per cui è sufficiente disporre di una parete libera per dare vita ad un’esperienza cinematografica indimenticabile. Il lettore multimediale del proiettore integrato nel cofano è azionato via Bluetooth da un iPhone. Un impianto audio di alta qualità con altoparlanti supplementari nelle prese d’aria dietro le porte permette di creare un’atmosfera da drive-in, fantastica da soli, perfetta in compagnia.

10 canzoni d'amore da dedicare.



Quante canzoni d'amore esistono? Pressochè infinite. Nel panorama musicale, le canzoni d'amore la fanno spesso da padrone, per ovvie ragioni. Ecco qua 10 stupende canzoni d'amore da dedicare, o semplicemente da ascoltare:

Ronan Keating - When you say nothing at all


Ed Sheeran - Lego House 


Uncle Kracker - Smile


Lady Antebellum - Just a kiss


Francesco Settesoldi - 'Coz you're Hot 


The Calling - Wherever you will go 


Hoobastank - The reason


Chris Brown - With you


Taylor Swift - You belong with me


Beyonce - Halo


Backstreet Boys - I want it that way

Madonna: "Amo Gaga, presto sul palco con lei"



La storia tra Madonna e Lady Gaga sembra essere arrivata a un punto di svolta. Dopo mesi di punzecchiature pubbliche per il "plagio" della sua "Express Yourself" con "Born This Way", la signora Ciccone ha deciso di tendere la mano alla rivale. "Volete sapere una cosa? - ha detto durante uno show ad Atlantic City - io l'amo. L'imitazione è la più grande forma di lusinga. Un giorno saliremo sul palco insieme".
Una guerra in realtà combattuta da una parte sola perché in tutti questi mesi Lady Gaga non ha mai risposto. Al più lei si è limitata a... imitare la sua maestra. E' vero che la Germanotta ha conquistato posti nell'olimpo delle popstar utilizzando le stesse armi di Madonna: canzoni di grande presa ma anche grande attenzione al look e una scientifica strategia discandali ed eccessi con cui tenere sempre alta l'attenzione su di sé.
utto bene fino a quando Madonna si è occupata di altro, ma una volta tornata in pista, per riprendersi lo scettro di regina non ha esitato a far sapere al mondo cosa pensasse della sua epigona, in particolare sottolineando il plagio di "Express Yourself" ogni volta che la eseguiva in concerto.

Ora qualcosa sembra essere cambiato. Durante il concerto di Atlantic City si è presa un attimo di tempo per esprimere un suo pensiero su Gaga. "Vorrei dedicare la prossima canzone a Lady Gaga - ha detto -. Volete sapere una cosa? Io l'amo. L'amo davvero. L'imitazione è la più alta forma di adulazione - ha aggiunto non senza un pizzico di veleno -. Un giorno, molto presto, saremo sul palco insieme. Dovete solo aspettare. Pensate io stia scherzando? Amo Lady Gaga!". E se in realtà stesse scherzando davvero?

Bambini sempre più «lettori» E la miopia diventa epidemica


È importante osservare i segnali nei piccoli e non trascurare i controlli per correggere subito i problemi

I bambini miopi sono sempre di più. Solo negli Stati Uniti negli ultimi 30 anni la diffusione di questo disturbo refrattivo è passata dal 25 al 41%, mentre un recente studio su 11mila studenti di Taiwan mostra che più dell'80% dei giovani asiatici presenta questo difetto. Lo hanno sottolineato gli esperti al Congresso mondiale di oculistica pediatrica, in corso in questi giorni a Milano, dove è stata evocata addirittura la possibilità di ricorrere alla chirurgia refrattiva per arginare il fenomeno. «Non ritengo che vi sia evidenza sufficiente per proporre la chirurgia refrattiva nel bambino, nonostante alcuni studi ne suggeriscano la fattibilità - precisa il professor Emilio Campos, direttore della Scuola di Specializzazione in Oftalmologia dell'Università di Bologna -. Agendo su un occhio in crescita non si ha la certezza che il trattamento risulti definitivo. Non solo, non si conoscono le possibili conseguenze sulla cornea di interventi attuati in pazienti che hanno un'aspettativa di vita di 80 anni. In generale penso che l'approccio migliore sia prescrivere occhiali fino a 12-13 anni, passare poi alle lenti a contatto e ricorrere alla chirurgia refrattiva dopo la stabilizzazione del quadro, di solito non prima dei 18 anni».
Esistono, però, alcuni, rari, casi in cui la chirurgia refrattiva potrebbe avere senso osserva il professor Paolo Nucci, direttore della Clinica Oculistica dell'Ospedale San Giuseppe di Milano: «Per esempio in caso di miopie che differiscano nei due occhi per valori superiori alle 5 diottrie in soggetti in cui non vi sia possibilità di usare lenti a contatto per impedimenti fisici o psichici. In questi casi la correzione con l'occhiale comporta una differenza di grandezza delle immagini nei due occhi che può risultare intollerabile». Ma quali sono le ragioni dell'epidemia di miopia? «Il fenomeno è probabilmente legato al maggiore impegno visivo ravvicinato richiesto ai nostri piccoli - osserva Nucci -. Non a caso le popolazioni con più alta scolarità soffrono più spesso di questo disturbo. Si tratta però di una condizione con diverse cause in cui entrano in gioco anche fattori genetici, oltre che ambientali».
Purtroppo quando la miopia arriva si può fare ben poco per arrestarne la progressione, nonostante alcune migliaia di pubblicazioni e più di un centinaio di tentativi terapeutici più o meno suggestivi. «Sono state proposte lenti bifocali, colliri di vario tipo (miotici e midriatici), nonché integratori, terapie basate su risposte riflesse (biofeedback): di tutti non esiste purtroppo uno studio meta-analitico che ne confermi l'efficacia» fa notare Campos. «Tutte le cure proposte hanno ottenuto risultati controversi o minimi - concorda Nucci -, oltretutto con rischi talora non trascurabili. Basti pensare allaortocheratologia, l'uso di lenti a contatto notturne, per favorire un appiattimento della cornea: efficacia modesta a fronte di un notevole aumento del rischio infettivo. Alcuni ricercatori di Singapore sostengonoun approccio per rallentare la miopia che parrebbe ottenere una riduzione dell'evoluzione rapida della miopia, a fronte però di disagi significativi per il bambino come indossare occhiali da presbite e assunzione quotidiana di colliri di atropina».
Insomma una volta che la miopia è comparsa, conviene imparare a conviverci e, poiché non sempre i bambini esprimono con chiarezza una difficoltà visiva, è bene stare all'erta. «I segnali di una miopia incipiente sono semplici da capire - spiega Nucci-. Il bambino si avvicina agli oggetti per identificarli o spesso chiede al compagno di banco o alla maestra cosa c'è sulla lavagna. Meno significativa è la posizione "incollata" davanti alla televisione, perché è una scelta frequente del bambino che tende ad isolarsi dal mondo che lo circonda avvicinandosi allo schermo. Comunque per non correre il rischio di non riconoscere eventuali disturbi visibili meglio non mancare ai controlli raccomandati alla nascita o almeno all'anno di vita, ai tre e ai sei anni, in vista dell'imminente impegno scolastico».

Organi «su misura» con le staminali prelevate dai pazienti


Dopo la trachea, allo studio rene e fegato. Protagonista un «cervello» italiano ora a Stoccolma

Paolo MacchiariniPaolo Macchiarini
La storia di Andemariam Beyene, ingegnere geotermico di origine eritrea, ma emigrato in Islanda con una moglie e due figli, è la prova scientifica che l'idea di costruire in laboratorio organi da trapiantare nell'uomo può funzionare. Beyene aveva un tumore grosso come una palla da golf che gli ostruiva la trachea ed era spacciato, ma un medico italiano del Karolinska Institutet di Stoccolma, Paolo Macchiarini, ha tentato l'impossibile: la sostituzione della trachea malata con un organo costruito in laboratorio e fatto di un'impalcatura artificiale sulla quale erano cresciute, sempre in laboratorio, cellule staminali del paziente stesso (prelevate dal suo midollo osseo) capaci di formare il tessuto della trachea. A quindici mesi di distanza dall'intervento, Beyene sta bene.
ARCHITETTO DEGLI ORGANI - Macchiarini è un «architetto degli organi» ed è noto alle cronache italiane e internazionali perché, qualche tempo fa, gli è stata negata una cattedra a Firenze e lui è emigrato a Stoccolma, chiamato dal prestigioso Karolinska, dove sta portando avanti ricerche sulla medicina rigenerativa. È un leader, ma non è il solo a occuparsi di questi studi. Alla Wake Forest University nel North Carolina hanno già costruito e trapiantato, in alcuni pazienti, una vescica artificiale e ora stanno lavorando al rene e al fegato. Altri laboratori in Cina e in Olanda si stanno occupando di vasi sanguigni artificiali (arterie soprattutto) che sono già state impiantate, con successo, in animali da esperimento.
NUOVA FRONTIERA - È la nuova frontiera della medicina rigenerativa. Fino a una ventina di anni fa la ricerca scientifica immaginava l'uomo del nuovo millennio come un essere bionico costruito con organi artificiali: pompe meccaniche al posto del cuore, filtri miniaturizzati capaci di lavorare come un fegato o un rene, telecamere microscopiche e ricetrasmittenti computerizzate per riacquistare la vista o l'udito. Poi le cellule staminali hanno rivoluzionato i piani della ricerca e gli ingegneri dei tessuti si sono sostituti agli esperti di meccanica e di elettronica. Nel 2001 Joseph Vacanti, direttore del Laboratory for Tissue Engineering and Organ Fabrication al Massachusetts General Hospital di Boston e pioniere di questi studi, aveva detto in un'intervista al Corriere : «Tento di creare organi in laboratorio perché mancano organi da trapiantare». E lui stava già studiando il cuore bioartificiale. Certo, questa ricerca richiede tempi lunghi, ma oggi le cellule staminali stanno offrendo nuove opportunità. L'idea è quella di usare staminali da «seminare» su apposite «impalcature» per creare nuovi organi. Finora sono state utilizzate impalcature «artificiali» come nel caso della trachea di Beyene, ma i ricercatori stanno trovando soluzioni più naturali. Nel laboratorio di Macchiarini a Stoccolma Philipp Jungebluth ha costruito un abbozzo di un cuore e di due polmoni (stiamo parlando di esperimenti sul topo) eliminando, con un detergente, le cellule, ma conservando lo scaffold (l'impalcatura, appunto) degli animali, su cui far crescere le cellule del paziente. Usare un'impalcatura «naturale» (invece di quella sintetica come per la trachea trapiantata a Beyene), ricavata da organi animali o, in prospettiva, da cadaveri, può servire per ridurre al minimo i rischi di rigetto. Perché è proprio questo il fine ultimo della medicina rigenerativa con cellule staminali prelevate dal paziente: costruire fegati, cuori, reni, pancreas, cioè organi da trapianto, con le cellule del paziente da curare in modo non siano rigettate e non richiedano farmaci per contrastare il rigetto.

«Nanomedicina»: tecnologie ultrapiccole per combattere i tumori


Fondazione Umberto Veronesi, insieme alle Fondazioni Giorgio Cini e Silvio Tronchetti Provera, organizza a Venezia, dal 16 al 18 settembre, la Conferenza Mondiale sul futuro della scienza

VENEZIA – Se non avete mai sentito parlare di «nanomedicina», se vi sembra un termine troppo complesso per capire di cosa si tratta e che riguarda qualcosa che arriverà solo in un lontano futuro, sappiate che le nanotecnologie già vi circondano nella vita di tutti i giorni: occhiali, computer, navigatori, telefoni cellulari e cosmetici sono alcuni dei moltissimi campi di applicazione, a cui si aggiunge la medicina, e in particolare l’oncologia. Per capirne di più è bene sapere, innanzitutto, che un nanometro equivale a un miliardesimo di metro, la grandezza con cui si misurano gli atomi e le molecole. Difficile immaginare qualcosa di così piccolo, eppure è su questa scala che lavorano i biologi, chimici e fisici che si occupano di nanotecnologie, creando in ambito medico materiali, strumenti e sistemi farmacologici talmente piccoli da poter interagire con le cellule. In particolare, queste tecnologie ultrapiccole vengono sperimentate in oncologia su due fronti: primo, per individuare la malattia il più presto possibile; secondo, per cercare di portare dentro alle cellule cancerose i farmaci, in modo che siano efficaci al massimo contro il tumore e tossici il minimo possibile per i tessuti sani.
SONO GIA’ UNA REALTA’ - «Sia ben chiaro, però, che non stiamo parlando di terapie o strumenti che avremo fra chissà quanti anni – sottolinea Mauro Ferrari, ricercatore friulano considerato il padre della nanomedicina, oggi presidente del Methodist Hospital Research Institute di Houston in Texas (Usa) -. I primi farmaci nanotech, fra cui la doxorubicina liposomiale (ancora oggi impiegata per curare tumori di seno e ovaio, sarcomi di Kaposi e neoplasie pediatriche), sono stati approvati quasi 20 anni fa, oggi sono circa una dozzina quelli già in clinica e molti sono poi quelli allo studio dei ricercatori. Alcuni ancora in fase di laboratorio e lontani dal letto del paziente, altri più vicini alla sperimentazione sui malati. Anche per la radioterapia sono già in atto grandi cambiamenti: si possono usare dei nanovettori (appositamente creati in laboratorio) che portano a destinazione solo nell’organo e nelle cellule malate delle particelle che vengono poi “scaldate” dall’esterno con radiazioni non dannose per l’organismo, come il laser. Con il calore i dei nanovettori si aprono, come mine che esplodono, rilasciando l’energia che brucia il tumore, risparmiando del tutto le parti sane. Una tecnica già in uso in Germania, all’ospedale Charité di Berlino, contro il glioblastoma cerebrale, usando nanoparticelle di ossido di ferro irradiate con energia magnetica».
COME NEI VIDEOGAMES - Ma perché il futuro della lotta ai tumori deve passare proprio dalle minuscole misure «nano»? «Visto che parliamo di una guerra – spiega Ferrari – bisogna sapere che il nostro nemico, il cancro, è molto astuto: le cellule cancerose, infatti, sono più “forti” di quelle sane. Diciamo, per semplificare, che sono spesso impermeabili e che sono capaci non solo di moltiplicarsi, ma anche di acquisire modi per “resistere” agli attacchi delle cure. Motivo per cui spesso accade, purtroppo, che una terapia dopo un po’ non faccia più effetto. Per aggirare questo ostacolo ci siamo inventati l’oncofisica del trasporto, ovvero la scienza che studia come il cancro si difende dagli attacchi esterni. Sfruttando le conoscenze che ne derivano stiamo creando dei “trasportatori” ( in nanovettori, appunto) efficaci, che sappiano cioè superare le linee nemiche (ovvero entrare dentro le cellule malate) e restarci il tempo necessario per “sganciare le bombe”, radiazioni o farmaci che siano». E, come nei videogames di guerra, c’è ulteriore difficoltà da superare: siccome le barriere che il cancro crea per difendersi dagli assalti esterni sono tante, diverse e mutevoli, bisogna armarsi di trasportatori differenti a seconda delle situazioni.
I PROSSIMI PASSI DELLA RICERCA - E qui facciamo un passo in là verso il futuro dei laboratori di ricerca: l’idea c’è, ma serve il tempo per realizzarla. «Stiamo studiando dei vettori multi-stadio che per ora hanno dato risultati promettenti sulle cavie – aggiunge Ferrari -. L’obiettivo è trovare e colpire le metastasi e per farlo dobbiamo usare aerei, sommergibili, navi, truppe di terra, seguendo il principio usato dalla Nasa per atterrare sulla luna: servono diversi componenti per le diverse parti del viaggio. In pratica è una semplice iniezione endovena di un farmaco diluito, ma la medicina è composta da vari “pezzi”: la portaerei atterra sui vasi sanguigni vicini al tumore, sgancia aerei “intelligenti” che penetrano nei vasi e riconoscono le cellule malate, lanciando a loro volta le bombe solo su queste ultime». In fase avanzata di sperimentazione ci sono anche delle nanoghiandole, piccole capsule da impiantare sottopelle e controllabili a distanza, che imitano l’attività delle ghiandole naturalmente presenti nel corpo umano. Così come quelle endocrine, ad esempio la tiroide, producono ormoni, le nanoghiandole rilasciano quantità minime di farmaci, anche per molti mesi, diluendo la dose (e anche gli effetti collaterali) nel tempo.
LA DIAGNOSI? FATTA IN CASA - La nanomedicina apre poi un nuovo mondo nella diagnosi precoce dei tumori, come spiega Fabio Beltram, direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, dove insegna Fisica delle nanostrutture: «Abbiamo acquisito la capacità di lavorare sulla stessa scala alla quale la natura “costruisce” atomi e molecole. Possiamo così creare molecole artificiali (le nanostrutture) alle quali possiamo conferire le proprietà desiderate a seconda del nostro scopo». Un esempio, già realtà per alcune forme di cancro, è la ricerca attraverso le analisi del sangue dei marcatori genetici che permettono di scoprire la presenza di un tumore. «Oggi serve un vero e proprio laboratorio per analizzare i campioni biologici – dice Beltram -, ma stiamo lavorando per realizzare le stesse funzioni in versione microscopica, in modo tale che le analisi possano essere fatte su volumi molto piccoli e in modo automatizzato, anche in casa». E poi si punta alla rivoluzione degli screening. Oggi sottoporre tutta la popolazione sana a un esame diagnostico è spesso troppo difficile e costoso, senza contare che il metodo più usato è quello dell’imaging che permette di vedere il tumore quando è ancora piccolissimo. Ma quante persone in più potrebbero guarire dal cancro se noi fossimo capaci d’intercettare la malattia prima che ci sia un «nodulo», quando cioè esistono solo delle cellule malate circolanti nel sangue? Certo, è come cercare l’ago in un pagliaio, ma strumenti ultrapiccoli programmati con i giusti «sensori» possono farcela. Anzi, possono fare di più: «La nanotecnologia ci porta al progetto e alla realizzazione di sonde che potranno essere utilizzate per una medicina preventiva ad altissima risoluzione. Potremo stanare e curare le patologie in uno stadio precocissimo. Restando sul tema del cancro, potremo individuare e trattare le prime cellule tumorali, prima che si manifesti alcun sintomo o che si formino quegli ammassi che oggi riusciamo identificare e spesso corrispondono a uno stadio molto avanzato della patologia. È pensabile che potremo anche sottoporre di routine tutta la popolazione a questi screening grazie alla loro bassissima tossicità».

Emicrania: ecco perché la testa duole



I segni caratteristici degli attacchi sono dolore pulsante, spesso a una sola metà del capo, e ipersensibilità

Sono 6 milioni gli italiani che soffrono con regolarità di emicrania. Ma fermare il dolore è possibile. «Le cause dell'emicrania non sono ancora ben chiare - spiega Fabio Frediani, direttore dell'Unità operativa di Neurologia all'Ospedale San Carlo Borromeo si Milano -. È però ormai evidente che c'è una certa familiarità. Chi soffre di emicrania sembrerebbe avere un sistema nervoso più vulnerabile nei confronti di cambiamenti improvvisi capaci di indurre modificazioni nell'attività del cervello. Modificazioni responsabili, a loro volta, di un processo infiammatorio 
intorno ai vasi sanguigni con irritazione di alcune 
terminazioni nervose».
Come si riconosce l'emicrania?
«Dolore pulsante, spesso solo a un lato della testa, accompagnato da nausea e vomito, ipersensibilità a luce, rumori, odori e movimento sono gli aspetti più caratteristici. Talvolta questi disturbi possono essere preceduti da sintomi premonitori, come cambiamenti dell'umore o aumento dell'appetito. Circa il 15% degli emicranici presenta inoltre le cosiddette aure, tipici disturbi visivi, della sensibilità (addormentamento o formicolio di un braccio e/o di metà del viso) e talora della parola (incapacità a trovare i vocaboli per esprimersi) che durano in media 20-30 minuti e precedono il mal di testa (che in rari casi può anche non comparire). Da qui la distinzione in emicrania con aura e senz'aura. Entrambe le forme sono favorite da fattori scatenanti di diversa natura e variabili da persona a persona. Tra i più tipici ci sono stress, alcuni cibi, variazioni ormonali, fattori ambientali (cambi climatici, eccessiva esposizione solare, ecc.), rumori e odori».
Che cosa si può fare contro l'emicrania? 
«Innanzitutto bisogna capire se si tratta di emicrania o di altre forme di cefalea. E questo può essere fatto con l'aiuto dello specialista che, eventualmente, consiglierà anche di tenere un "diario del mal di testa" per capire sintomi e fattori scatenanti. La terapia dell'attacco di emicrania si basa su farmaci di vario tipo (analgesici, antinfiammatori, ergotaminici e triptani). Non c'è un farmaco che vada bene per tutti, bisogna individuare quello adatto caso per caso. Grande uso viene fatto dei comuni analgesici associati ad antiemetici (anti vomito), ma ormai va diffondendosi anche in Italia l'uso dei triptani che sono farmaci specifici contro l'attacco di emicrania. A prescindere dal tipo di medicinale, è comunque buona regola evitarne un uso troppo frequente per non incorrere nel rischio che l'emicrania venga complicata da altri episodi di cefalea conseguenza dell'abuso di farmaci. Nei casi in cui l'emicrania è tale da compromettere in modo rilevante la qualità di vita si può considerare il ricorso alla terapia preventiva. Ci sono vari farmaci a questo scopo e bisogna individuare il più adatto nel singolo caso».


Dalle spugne alla silice sintetica: il meccanismo riprodotto in laboratorio

Scheletro siliceo di una spugna di mareFoto al microscopio di una spugna di mare.

Silice green, ecologica ed economica. Ricercatori dell’Istituto di nanoscienze del Cnr di Lecce e dell’Università tedesca di Mainz hanno messo a punto un meccanismo che replica artificialmente il modo in cui organismi, come le spugne di mare, producono questo prezioso composto: un risultato che, stando allo studio pubblicato su Nature Scientific Reports, dovrebbe renderne la produzione industriale meno inquinante e dispendiosa.
COSTO - Preziosa la silice, o biossido di silicio, non lo è in senso stretto: ampiamente diffusa in natura (si pensi alla sabbia), viene utilizzata da molti animali e piante come componente di base per costruire il proprio scheletro. Allo stato naturale, però, è contaminata, e purificarla costa molto – ragion per cui risulta più conveniente produrla con processi industriali molto inquinanti ed energeticamente costosi. Questi costi, ambientali e produttivi, si affrontano comunque: perché la silice, usata da secoli per realizzare vetro e ceramica, viene oggi impiegata anche per le ottime capacità isolanti, tali da renderla ideale per costruire persino lo scudo termico delle sonde spaziali o dello Space Shuttle, e per la natura di semiconduttore, cosa che ne fa una materia prima fondamentale per l’ingegneria elettronica.
SCHELETRO - «In natura», spiega Dario Pisignano, coordinatore del team di ricerca, «organismi come le spugne di mare impiegano una proteina chiamata silicateina per sintetizzare la silice e guidarne la crescita in strutture ordinate, che diventano l’impalcatura del loro scheletro. Noi abbiamo realizzato in laboratorio una silicateina artificiale per ottenere strutture artificiali». Semplificando, il nuovo metodo assomiglia a un processo litografico: si realizza un microscopico stampo, di 10 micrometri, sul quale si deposita la silicateina sintetica, che poi dà inizio al suo lavoro di “costruzione” dello scheletro. Vista le dimensioni alle quali si ragiona, strutture di questo tipo «potrebbero essere integrate come guide ottiche per la luce (cioè come fibre ottiche, ndr) nei cosiddetti lab-on-a-chip, dispositivi diagnostici miniaturizzati dove è necessario trasportare segnali luminosi per distanze molto ridotte con estrema precisione», spiega Pisignano.
APPLICAZIONI - «Stiamo anche lavorando su potenziali applicazioni della biosilice sintetica per realizzare strati elettricamente isolanti per l’elettronica», chiarisce il ricercatore. «Rispetto al processo industriale standard, il meccanismo trovato è leggermente più lento, perché», conclude lo scienziato, «i processi biologici di produzione di silice si svolgono a temperatura ambiente, a pressione atmosferica e con soluzioni acquose neutre». Ma per formare il prodotto finale è richiesta solo qualche decina di minuti, e il risparmio è tale da giustificare l’immediato deposito del brevetto.

iPhone 5 vs Samsung Galaxy S3 vs Nokia Lumia 920: prezzi a confronto

iPhone 5, Samsung Galaxy S3 e Nokia Lumia 920: quale scegliere dei tre? Se siete alla caccia disperata dello smartphone perfetto, più che su schede tecniche ed apparenze estetiche, potreste soffermarvi un secondo sul rapporto qualità/prezzo. E’ questa la discriminante che, più di tutte, incide in modo massiccio sulla scelta finale. Cerchiamo di fare chiarezza, una volta per tutte, sui rispettivi prezzi di listino dei tre top di gamma. iPhone 5, innanzitutto: partiamo dal presupposto che il nuovo melafonino in Italia costerà circa 50 euro in più rispetto a quanto avverrà in Francia e Germania.


Questo perchè, qui da noi, la pressione fiscale è tale da rendere necessario l’aumento imponibile da parte dei rivenditori autorizzati. I prezzi europei sono stati fissati così: 679 euro per il modello da 16 GB, 789 euro per quello da 32 GB ed, infine, 899 euro per quello da 64 GB. Se vi sembra un salasso, aspettate di sentire i prezzi italiani. In virtù dei 50 euro in più, l’iPhone 5 vi costerà 729, 839 e 949 euro (corrispettivamente ai modelli di cui sopra).
Vagliando tutte le ipotesi, proseguiamo a parlare del Samsung Galaxy S3: ormai sul mercato da un po’ di mesi, lo smartphone, lanciato a 699 euro, oggi è facilmente reperibile in rete a prezzi decisamente più bassi (sui 500 euro nella maggior parte dei casi).
Di offerte golose ne è pieno il web. Si tratta soltanto di scegliere bene a chi affidare la propria fiducia. In linea di principio, il Galaxy S3 rappresenta il connubio perfetto tra qualità e prezzo (cogliendo le promozioni on line).
Andando per ordine, giungiamo ora a discutere del Nokia Lumia 920. Quest’ultimo terminale, ambitissimo dagli utenti per la mostruosità della scheda tecnica e le ultime novità introdotte dal colosso finlandese, verrà commercializzato in Italia non prima della fine di novembre.
Fino ad allora, non ci sono notizie certe sui prezzi di listino. Secondo alcune indiscrezioni, il Lumia 920 potrebbe costare intorno alle 42 mila rupie indiane (circa 600 euro). Vedremo se i costi manteranno questo profilo, o subiranno un aumento una volta importato il dispositivo in Europa.

Tutti pazzi per iPhone 5: consegne in ritardo, ma non in Italia

Tutti pazzi per iPhone 5: consegne in ritardo, ma non in Italia

New York, 18 set. - Grazie all'annuncio del grande successo dell'iPhone 5, di cui sono stati gia' ordinati 2 milioni di esemplari in appena 24 ore, il titolo Apple ha sfondato il muro dei 700 dolari per azioni nelle contrattazioni after hours a Wall Street. Cosi' facendo la capitalizzazione dell'azienda ha superato i 655 miliardi di dollari, ennesimo record per Cupertino. La richiesta per iPhone 5 supera la fornitura iniziale e, sebbene la maggior parte dei preordini verra' consegnata il 21 settembre, molti verranno recapitati ad ottobre. La societa' ha pero' fatto sapere che non dovrebbero esserci ritardi per l'Italia, dove l'iPhone5 sbarchera' il 28.
 
"I pre-ordini di iPhone 5 hanno polverizzato il precedente record segnato da iPhone 4S e la reazione dei clienti ad iPhone 5 e' stata fenomenale," ha dichiarato Philip Schiller, Senior Vice President di Worldwide Marketing di Apple. "iPhone 5 e' il migliore iPhone di sempre, il prodotto piu' bello che abbiamo mai creato, e speriamo che i clienti lo amino come noi lo amiamo." Il nuovo iPhone 5 arriva nei modelli bianco e argento o in nero e ardesia e sara' disponibile negli Apple Store, a partire dalle 8 del mattino, ora locale, di venerdi' 21 Settembre, sull'Apple Store Online (www.apple.com), presso alcuni operatori telefonici e rivenditori autorizzati Apple negli Stati Uniti, in Australia, Canada, Francia, Germania, Hong Kong, Giappone, Singapore e Regno Unito.
  In altri 22 Paesi, fra cui l'Italia, sara' invece in vendita dal 28 settembre.